martedì 1 maggio 2018

Utopia e egemonia - di Cobol


Lo spunto polemico lo fornice Ballard nel suo "Which Way to Inner Space?" del 1962 periodo in cui, per certi versi, l'urgenza che lo sfogo delinea era anche più evidente rispetto ad oggi. 
"La SF da rivista nata negli anni Trenta sta cominciando a sembrare fuori moda al lettore generico, come l'architettura pseudo-aerodinamica di quegli anni. Non è solo perché i viaggi nel tempo, la psionica e il teletrasporto (...) contribuiscono a datare la SF, ma perché il lettore generico è abbastanza intelligente da capire che la maggioranza delle storie è basata su minime variazioni sul tema e non su trovate innovative". 
A sessant'anni di distanza in realtà di innovazioni narrative ne sono state introdotte parecchie. Così tante in effetti da produrre più di una lacerazione in grembo alla fantascienza tra ciò che fantascienza è e ciò che non è (pur essendolo). Tolto di mezzo programmaticamente il fantasy, è la stessa produzione di Ballard a muoversi in questa volontaria ambiguità e sovrapposizione di generi; e non poteva essere altrimenti date le premesse. Tra l'altro Ballard sembra anche troppo poco indulgente con i suoi contemporanei e tale critica, proprio come oggi, parrebbe riguardare più la produzione cinematografica (visiva in generale) che non quella narrativa dove si celavano e continuano a nascondersi spunti imprevedibili al riparo da più impellenti ritorni d'incasso. 
L'asfittica produzione di storie cinematografiche e televisive di fantascienza contemporanea è divenuta ancor più evidente con la recente giustapposizone del genere fantascientifico con quello detto d'azione. Lo si può vedere ovunque ma lo si può osservare bene paragonando il Total Recall del 1990 con quello del 2012. Si tratta di un ottimo esempio d'erosione della trama fantascientifica in favore dell'azione evidente tanto più che già nel 1990 e già nella scelta del protagonista Schwarzenegger il film era pensato come pellicola dalla "muscolarità" in primissimo piano. 
Seppur quindi in un certo senso circoscritto in campo narratologico il grido d'allarme di Ballard resta invece completamente valido per quel che riguarda la collocazione della fantascienza entro un meccanismo di produzione che dovrebbe essere più ampio di quello della semplice letteratura d'evasione. La soluzione di Ballard è delineata nell'interiorità: "I maggiori progressi dell'immediato futuro avranno luogo non sulla Luna o su Marte, ma sulla Terra; è lo spazio interiore, non quello esterno, che dobbiamo esplorare. L'unico pianeta veramente alieno è la Terra". 
Esigenza giusta quindi per una ricollocazione più significativa del ragionamento fantascientifico e delle sue attitudini prefigurative ma con conclusioni completamente errate. 
Ballard ne ha fatto un manifesto letterario e sappiamo bene che direzione intraprese la sua fantascienza coerentemente con l'inevitabilità d'esplorare le coscienze e le personalità estremofile trasformandosi in una fiera delle atrocità. In effetti forse il risultato più evidente di questa esigenza fu quella di accorciare la portata della prefigurazione fantascientifica estremizzando (parodiando delle volte) quelli che sono gli aspetti già fantascientifici delineati nel quotidiano (intuizione tra l'altro fondamentale e ancora ricca di spunti). Ed eccoci quindi alle soglie del cyberpunk e con esso della distopia. E' innegabile infatti che questa contrazione temporale abbia prodotto un inevitabile sbilanciamento in direzione del catastrofismo prossimo venturo e che questo sia divenuto l'unica sottile soglia di demarcazione tra fantascienza e  frivola, quanto sterile, futorologia. E tutto ciò ha funzionato ancor più in un clima di necessario rinsavimento rispetto all'ubriacatura ottimistica degli anni Sessanta e poi degli anni Ottanta (patria del cyberpunk). Ivi ha costituito certo una vera e propria ragione controculturale che però oggi predominante si trasformata in paccottiglia mainstream con tutto quel che ne consegue sulla costruzione di un immaginario collettivo. Il messaggio che emerge è: che sarà e non potrà che essere sempre peggio
Questa condizione tutt'altro che oggettiva è quindi, almeno in parte, il risultato di una scelta narrativa: quel che ci vogliamo raccontare dato il "materiale narrativo" che rintracciamo a buon mercato; senza troppo sforzo.
La distopia è infatti oggi specchio dei tempi, mappatura acritica della contemporaneità che esattamente come nel periodo dell'esaltazione futurologica degli anni Sessanta raccoglie quanto ha a portata di mano e lo proietta acriticamente su scale temporali più o meno lunghe producendo una curva chiusa di tipo tempo sempre identica a se stessa. 
Fortunatamente il futuro germoglia sempre su percorsi meno scontati.
Uno dei risultati di questa condizione della contemporaneità è quello del venir meno di un asse valoriale fondamentale secondo il meccanismo che William Gibson definiribbe dei fantasmi semiotici. L'utopia, questo uno dei due fuochi, liberata dal suo contrario (la distopia - il secondo fuoco) ha preso a circolare liberamente fino ad accoppiarsi disgiuntamente con un altro meme anch'esso evidentemente fantasmizzato: il pragmatismo. Al dilagare della distopia non c'è più quindi un contraltare e alla visione progressiva distopica non si contrappone più nulla che non produca miseria e macerie. 
Lo ricordo per evitare fraintendimenti: non si tratta del campo dell'analisi dell'esistente (che forse è davvero solo luogo di macerie) quanto di quello della prefigurazione e del poter divenire ad essere oggetto della mia osservazione. 
Potremo, parodiando un infelice libro, affermare che si tratta dell'amara vittoria di Ballard. Si perché ancor più evidente che della genealogia in soldoni fin qui delineata è proprio il palese prevalere dell'interiore a discapito del collettivo che alla fine ha fatalmente trionfato in ogni espressione culturale. Lo si scorge nelle varianti di neoliberismo in circolazione ma anche più prosaicamente in tutta quell'affermazione dell'interiorità dei personaggi che è cifra stilistica della narrazione dei nostri tempi. 
Oggi un buon prodotto di narrazione è ritenuto quello calibrato su una millimetrica costruzione delle personalità, dei drammi interiori, della scelte monadiche, dei mal di pancia, a discapito anche dell'intelaiatura collettiva. E' lo specchio dell'isolamento nel quale tutta la cultura di massa non solo la fantascienza oggi si specchia e si crogiola. Ben oltre la cultura dell'individuo qui si evidenzia la macelleria delle storie delle interiora anche nei cantori poco inquieti della sconfitta e nei registi del manierismo dell'estetica del fallimento. Tutte patetiche, piccole, tragicomiche vicende interiori a cui non ci rimane colpevolmente che dedicare canzoni, serie televisive e best seller letterari che nell'isolamento della propria cameretta scorgono solo la distopica fine del mondo. 
Sull'altro versante l'utopia oggi si misura con una "più realistica visone delle cose": realpolitik si sarebbe detto una volta. Non si tratta neanche di un'accezione negativa: anzi. L'utopia è l'ambito d'eccellenza della progettazione che in ragione di scelte più urgenti va procrastinata
Non negativa quindi ma disinnescata. 
E l'utopia dal canto suo non approfitta di questi tempi maledetti. 
In questo periodo in cui la prassi progressiva "non ha più vere urgenze" se non quelle della difesa dei territori conquistati (che ovviamente di per sè costituisce la vera emergenza che produce la procrastinazione della progettazione) non dovendo gestire nell'immediato i fermenti di un mutamento sociale impellente (che sarebbe necessario ma che non è visibile all'orizzonte), essa può tornare a dedicarsi alla produzione di scenari consistenti in cui la fantascienza può avere un ruolo politico determinante come unica esperta di cose a venire. A patto naturalmente di trovare un "pubblico" disposto ad ascoltarla. 
Nulla di nuovo quindi; il consueto problema legato all'egemonia e alla costruzione (anche ideologica) di una direzione verso cui muoversi che con buona pace di Ballard non è prioritariamente l'interiorità. Non che l'inner space non riguardi l'egemonia ma esso va contemplato come costruzione di scenari nuovi in cui immaginare nuove forme di soggettività invece di rispecchiarsi narcisisticamente e piagnucolosamente sempre nella stessa. 
Di questa seconda prospettiva parla già Antonio Caronia quando ricorda il primo editoriale della svolta della rivista di fantascienza politica "Un'ambigua utopia" all'inizio degli anni Ottanta: "Un'ambigua utopia vuole diventare sempre più una tribuna delle diversità, dentro quel percorso sotterraneo di produzione di rivolte parziali, di ridefinizione di linguaggi e di comportamenti che è l'unica speranza per la rifondazione di un nuovo soggetto che, liberando se stesso, libera tutta l'umanità".

Caronia vs Ballard






venerdì 16 marzo 2018

UfoCiclismo. Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile


In libreria edito da Nerosubianco “Ufociclismo – Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile“, scritto dagli ufociclisti Cobol Pongide e Daniele Vazquez.

Duecento pagine con sedicesimo a colori da utilizzare come atlante, manuale e dizionario ufociclistico.

Il booktrailer del libro: 





L'indice (clicca sulle immagini per ingrandire): 


Eko ComputeRhythm e La guerra dei robot - di Cobol



Mentre la prima ha meno bisogno di presentazioni, si tratta di una delle prime batterie analogiche programmabili che siano state prodotte (un oggetto di straculto) il secondo è un film di fantascienza misconosciuto ai più e da molti ritenuto il capolavoro del trash di fantascienza italiano. 



Sulla drum machine c'é poco da dire dato che in giro per il web un po' se ne parla (anche qui e naturalmente qui) e sopratutto si esalta il suo valore feticistico con prezzi, per i pochi esemplari ancora in circolazione, che arrivano a superare i diecimila euro. La ComputeRhythm era prodotta dalla marchigiana Eko a partire dal 1972. 


Qualcosa di più si può dire invece per War of the Robots oltre delle cose che si trovano su wikipedia.



Tanto per iniziare, al di là di un pretestuoso duello a colpi di spade laser è davvero poco il debito che il film deve a Guerre stellari e ancor meno a Flash Gordon.  
Alcune ambientazioni un po' più fantasy del film sono dovute ad una tradizione della fantascienza italiana ben più radicata e personale che non allo scimmiottamento becero delle pellicole d'oltre oceano. 
La classica discesa negli "inferi" con tanto d'incontro con "regnanti malvagi" appartiene alla tradizione anni Sessanta dei film epici-fantasy come nel caso della saga dei Maciste. 
In queste pellicole, molte girate presso Canale Monterano, spiccavano spesso le scene di salgariana memoria di passaggi nelle viscere della terra caratterizzati dai fiumi di lava incandescente. 
Tale parentela molto evidente nella fantascienza degli anni Sessanta (ad esempio Terrore nello spazio di Bava e Il pianeta errante di Margheriti), si ripropone in maniera meno centrale anche in La guerra dei robot di Alfonso Brescia che si firma con lo pseudonimo di Al Bradley.

Altra caratteristica che non ho trovato menzionata in nessun dove: Brescia utilizza le scenografie di Spazio 1999 e, un po' ritoccati, anche alcuni dei costumi della serie immaginata e realizzata dai coniugi Anderson tra l'Inghilterra e l'Italia e che era stata prodotta qualche anno prima tra il 1975 e il 1977.

Ma il dettaglio che è il motivo di questo post è l'utilizzo della 
Eko ComputeRhythm tra le scenografie fantascientifiche dell'astronave della Trissa Crew. L'ultra fantascientifico design della batteria elettronica regge bene il passare del tempo (sei anni) è può tranquillamente essere utilizzata come cervello elettronico di bordo onnipresente in tutte le scene dell'interno dell'astronave. Il computer ha anche un'operatrice specifica dotata di caschetto biondo (il riferimento ai caschetti fucsia di Base Luna di U.F.O. sempre degli Andersen è evidente).
Insomma un bel mischione di cose che fanno parte di quell'arte fortemente artigianale che è propria del breve periodo della cinematografia italiana di fantascienza.

A seguire un breve montato delle scene più significative con la Eko ComputeRhythm.


      



Aggiornamento:

Avevo visto anni fa "Anno zero - Guerra nello spazio" sempre di Brescia e realizzato un anno prima de "La guerra dei Robot". Rivedendolo col senno di poi mi sono accorto che in realtà anche qui sono state abbondantemente utilizzate le scenografie di Spazio 1999, i costumi (che tra l'latro son più belli che nel film successivo) e anche qui compare la Eko ComputeRhythm in un ruolo meno fondamentale ma utilizzata, sempre come computer, con una funzione più vicina a quella originaria. 

Probabilmente mi sbaglio ma a me pare che il protagonista John Richardson sia doppiato dallo stesso doppiatore di Martin Landau...

Segue scena con la Eko ComputeRhythm:


venerdì 16 febbraio 2018

Tutti gli scabrosi segreti dell'ipnotismo - di Cobol


Accadeva ormai qualche anno fa che nel mercato romano di Porta Portese nell'area dei giochi per bambini di via Ettore Rolli ogni domenica i Rom allestissero il proprio spazio di bancarelle (per lo più teli a terra) in cui vendere gli scarti e gli stracci della contemporaneità. Un'attività tra le altre cose utile come pratica di riciclo da sempre osteggiata a Roma (nonché a dare a quelle famiglie un'opportunità di sostentamento). Al di là dei motivi istituzionali a Roma (ben prima che il decoro divenisse un'esigenza spirituale) il riciclo della merce ha sempre puzzato di povero. Puzza ancora oggi di povero l'andare in bicicletta a Roma, il buttare un occhio nei cassonetti e il chiedere lo sconto agli esercenti. Nello stesso periodo però e da molto tempo prima a Bruxelles, ad esempio, una volta a settimana le persone mettevano fuori casa oggetti funzionanti ma a loro non più utili. In quel giorno ti fai un giro per la città e magari trovi il frullatore di cui hai bisogno o il trasportino per il gatto che altrimenti avresti dovuto comprare. Un po' quello che oggi accade sui social network con gruppi specializzati che però grazie all'intermediazione del web divengono per lo più infrequentabili e comunque, almeno io, non riesco mai ad aggiudicarmi nulla assumendo, l'offerta di oggetti di scarto, una dimensione globale e non più accidentale e episodica. E comunque vuoi mettere farsi una passeggiata per la città è imbattersi in ciò che hai sempre desiderato e poterlo prelevare gratuitamente (pure facendo un piacere a qualcuno) o aggirarsi per i mercati dell'usato piuttosto che stare davanti allo smartphone in attesa che qualcuno regali qualcosa che t'interessa. Che palle. Per carità sarà pure più decoroso ma che palle...
Comunque qualche anno fa il riciclo era ancora più da povero di oggi... con la grande ipocrisia però che il mercato Rom era assiduamente frequentato da antiquari che cercavano merce da rivedere a prezzi più che decuplicati in bottegucce del centro storico o sui negozietti di Ebay.   
Oggi il mercato Rom non esiste più dopo che anche Porta Portese ha subito un processo di normalizzazione che lo ha trasformato in un mercato come un altro in cui la merce nuova e di scarsissima qualità troneggia e in cui il "riciclo" è affidato a quei pochi italiani sedicenti antiquari che espongono (poco più poco meno) con spocchia la stessa "mondezza" che un tempo compravano dagli zingari. 


Il mercato apriva il sabato notte e andava avanti fino alla domenica alle 14.00. Ovviamente se andavi di notte trovavi molte più cose e a prezzi più alti. Man mano che la mattina si consumava s'allineava proporzionalmente il rapporto con la "qualità" della merce invenduta che ancora potevi trovare sempre a meno. Alle 13.30 i pochi oggetti sopravvissuti andavano via per pochi spicci e si assisteva anche a sconti paccottiglia in improbabili 3x4, 4x8 e così via coniugando. Alle 14.00 circa il mercato finiva. I Rom lasciavano colpevolmente tutto l'invenduto nella piazza ammonticchiato con teli e carrozzine utilizzate per il trasporto e se ne andavano. Alcune volte prima di andare via facevano a pezzi l'invenduto e questo per una ragione precisa. Era infatti il momento dello "abbandono" quello in cui intervenivamo io e una babele di etnie varie tutti a contenderci la mondezza della mondezza. Una graziosa guerra tra poveri che si accontentavano di raccattare tutto il raccattabile senza troppo stare a badare alle sottigliezze di quello che s'infilavano negli zaini. Così ti portavi a casa un sacco di mondezza della mondezza e con essa a volte anche ospiti indesiderati come blatte e scarafaggi. Assieme a noi interveniva anche la task force dell'AMA delle volte supportata dai vigili urbani. All'arrivo della pubblica ripulitura la babele si compattava e diveniva solidale a se stessa dando vita a strategie di microguerriglia e di microantagonismo di classe. Insomma tutto molto divertente e politicamente istruttivo.
A distanza di anni sono poche le cose trovate in quel mercato che oggi riterrei ancora utili. Ho trovato qualche bella tastiera giocattolo e alcuni bei robot. All'epoca un sacco di Commodore 64. Una volta trovai parecchi reel della viewmaster buttati e un asciuga mutande (lasciamelo pensare) degli anni Quaranta. Nella maggior parte dei casi molte cose raccattate le ho regalate mentre altre le ho buttate e forse saranno rientrate per l'ennesima volta nel ciclo del riciclo Rom come mondezza della mondezza della mondezza. Lo trovo giusto: gli oggetti meritano almeno una seconda opportunità (a volte una terza) che preceda la fase del "non mi serve più" e quella del "facciamolo a pezzi e bruciamolo maledetto bastardo".
Oggi con piacere assisto al fatto che molte persone quando portano qualche oggetto ancora funzionante verso i cassonetti non lo gettino all'interno ma lo poggino con cura accanto ai bidoni per dare la possibilità a qualcun'altro eventualmente di recuperarlo. Beninteso questo atteggiamento sarebbe anche illegale perché, come dicevo all'inizio, la pratica del riciclo è scoraggiata e osteggiata intaccando il circuito di circolazione delle merci. Da sempre sostengo che l'AMA (e le altre municipalizzate dello smaltimento rifiuti) dovrebbe inaugurare un comparto di riciclaggio di oggetti recuperati e ancora in buono stato. Immagino grandi capannoni nelle città in cui recarsi e cercare oggetti collocati per funzione d'uso venduti a prezzi modici. Ecco lo posso solo immaginare. Evidentemente lo smaltimento ha un valore più elevato del riciclo. Una volta che provai a chiedere ad un'isola ecologica AMA di poter guardare tra gli oggetti tecnologici che le persone avevano lasciato quasi non chiamavano la polizia per farmi allontanare... "see: mo' se n'tenevai chiamo la polizia..."; se avessi chiesto di fare un giro turistico nel caveau della Banca d'Italia sarei stato trattato con più rispetto. 

Fu in un'occasione di "abbandono" proprio a Porta Portese che m'imbattei in questo straordinario oggetto frutto dell'ingegno umano. Io lo considero un magnifico reperto sociologico e archeologico perché racconta di strategie, di pratiche e di modalità poco note e che non hanno più ragione d'essere.
L'oggetto in sé è un libro sull'ipnosi: I segreti dell'ipnotismo di Corrado Simioni - 1967.  
Lo vidi a terra e lo infilai nello zaino come sempre con l'intento d'esaminarlo in un secondo momento (come tutto ciò che veniva recuperato). A colpirmi fu la bellissima copertina. 
Nella fase d'abbandono non c'e' tempo per fermarsi a pensare. Devi usare gli occhi per individuare prima dei tuoi avversari i banchi abbandonati, utilizzare lo scatto muscolare per raggiungerli prima degli altri, essere percettivamente abituato a individuare massimalisticamente ciò che potrebbe interessarti nel mucchio ma non proprio tutto altrimenti ti sovraccarichi e finisci lo spazio disponibile negli zaini. Il cumulo d'oggetti va considerato al pari di uno scavo archeologico. Ovviamente non puoi riuscire a vedere tutto ma alcuni oggetti, anche se non t'interessano, ti potrebbero avvertire che in quel deposito ci potrebbero essere cose a te utili. Strategicamente poi non puoi fare il gargarozzone, cioé quello che s'accaparra tutto a discapito di tutti, altrimenti finisce che tutti s'alleano contro di te. In ciò devi anche tenere conto del fatto che ti devi riportare la roba a casa in bicicletta (se vai in bicicletta). Insomma: scelte tattiche massimalistiche ma contingentemente ponderate. Ecco il segreto di un ottimo rovistatore quale modestamente mi considero.  
Esistono due tipi di rovistatori: gli specialisti e gli onnivori. I primi sono i collezionisti, i compulsivi e gli antiquari. Gli onnivori sono i veri poveri. Prendono tutto perché ogni cosa può essere utilizzata, rivenduta, barattata. Gli specialisti lavorano da soli o al massimo con qualche altro compulsivo con cui sono rivali/amici. Gli onnivori lavorano in gruppo e ovviamente sono i predatori di questo mondo. Spesso gli africani sono onnivori. Organizzati in gruppi posseggono anche una sorta di divisione del lavoro tra rovistatori veri e propri, sentinelle runner per l'individuazione di abbandoni, staffette per tradurre gli oggetti ai margini del campo di battaglia in zone franche da cui poi saranno portati chissà dove. Spesso le bande di africani confliggono violentemente tra loro ... sopratutto per il monopolio delle scarpe usate. Tra l'altro al gruppo è concesso essere gargarozzone: la predominanza numerica gli da questo vantaggio. Il singolo gargarozzone è invece quanto di più "meschino" in questo mondo si possa trovare e al contempo quindi la figura più disprezzata. Il garagarozzone ha vita breve negli abbandoni. C'e' più rispetto per l'operatore AMA che per il gargarozzone. 

I segreti dell'ipnotismo di Corrado Simioni - 1967 stavo dicendo. 
Ecco la copertina in alta definizione (se ci clicchi le immagini si allargano). 



Portato a casa finì tra gli oggetti da verificare in un secondo momento. Se come rovistatore ci tieni alla tua salute fisica e mentale infatti la cosa migliore è possedere una stanza della decontaminazione, il balcone è perfetto, in cui lasciare le cose così come te le sei portate a casa. Il passaggio dalla stanza delle decontaminazione alla casa vera e propria avverrà solo quando l'oggetto sarà stato esaminato e ripulito. Lasciando gli oggetti per un po' sul balcone tra le altre cose puoi anche ragionevolmente sperare che alcuni sgraditi ospiti traslochino. Attenzione! Le blatte vivono benissimo nelle scocche degli oggetti elettrici, dovresti quindi avere l'accortezza di aprire l'oggetto e verificare che non sia popolato. Spesso dal balcone gli oggetti che ti sei portato a casa finiscono direttamente nel cassonetto. Questo apparentemente  irrazionale cerchio fa parte della vita del rovistatore. Gettare qualcosa per il rovistatore è comunque una sorta di piccolo dramma. Egli sa bene che ciò che getterà oggi gli occorrerà domani. Non esiste oggetto tanto rotto o malconcio da non trovare prima o dopo un posto nella sua vita. Ma nella vita non c'é abbastanza posto per questa filosofia fatalista-panteista

Avvenne così per caso che un giorno toccò al libro del Simioni d'esser analizzato. Raramente i libri nascondono sgradite sorprese ma nonostante questo anch'essi necessitano di passare per la stanza della decontaminazione. Comunque sia non avevo avuto l'urgenza di capire quali in effetti fossero i segreti dell'ipnotismo. Tra il suo rinvenimento e l'analisi passarono diversi mesi. 
Su quel che trovai al suo interno lascio parlare le immagini che seguono.  


















Le immagini ritagliate e incollate sulle pagine del libro provengono tutte (almeno per quel che è dato capire) dalla rivista Wochen end (o Wochenend Playgirl) credo tedesca e risalgono alla prima metà degli anni Settanta. Ho trovato tracce della suddetta rivista in questo sito di porno vintage
Ovviamente al di là della trovata in sé, ovvero del nascondere delle immagini erotiche tra le pagine di un libro, la cosa che più sorprende è la scelta del titolo in cui ipnosi e attrazione sessuale evidentemente si sommano finendo per sovrapporsi. Sarà stata una scelta accidentale oppure ironicamente congegnata? Forse il contenuto specifico (queste foto e non altre) hanno a che fare con una sorta d'ipnosi che il proprietario per esse provava mentre altri testi con altri titoli raggruppavano altre foto-sensazione? La buttò lì: forse nel libro sul fai da te avremmo trovato immagini d'autoerotismo? Non lo sapremo mai. Mai sapremo il perché della scelta, il perché solo poche pagine siano state ritappezzate lasciando per il resto il libro purtroppo nella sua forma originale.
A me comunque non pare un buon nascondiglio un libro sull'ipnotismo. Se accidentalmente io mi fossi aggirato in quella libreria non escludo avrei gettato un occhio proprio a quel curioso titolo, così anche solo per vedere se all'interno avessi trovato immagini di persone ipnotizzate o sapienti movimenti delle mani con cui ipnotizzare ignari cassieri di banca intenti nel loro lavoro di erogazione di moneta o custodi delle isole ecologiche dell'AMA.  
Altro aspetto che mi salta agli occhi è quello di alcune immagini a cui sono stati rimossi gli angoli. Ricordo di aver visto sempre in questo tipo di mercati vecchie fotografie con gli angoli tagliati. Credo, ma potrei sbagliare, che la pratica servisse a contenerle all'interno di album fotografici. Se così fosse forse queste immagini avevano trovato originariamente collocazione in un album da cui, forse per motivi di sicurezza, sono poi state rimosse per essere occultate nel libro. Chissà.   
Ultima spinosa questione: perché tutte le immagini solo sul lato destro del libro? Perché lo hai fatto?

Il libro risulta inoltre essere stato realmente utilizzato per il suo scopo originario. All'interno ci sono le orecchiette segna pagina. Il capitolo più interessato da segnalatori è Le applicazioni dell'ipnosi. Dovrò leggerlo prima o poi; magari tra le applicazioni c'é proprio quella dell'occultatore.    





















giovedì 8 febbraio 2018

Hertziana


Il ponte radio cosmista che stai disertando, 
strangola la voce con cavi d'acciaio.

Crolla esausto sotto il peso,
d'episodi che risiedono, temo, solo  nel mio cervello.

Accresco il mio ambiente con polveri ostili, 
consumo un amore sussurrando a tue copie.

Stringimi ancora in un comune centro di massa
prima di un nuovo pittoresco attacco di panico.

Blackout emotivo il mio deflettore,
l'ho generato, armato e arredato.


Ora a turno ora spengo le stelle
ora che anche i viaggi cosmici sono macerie.

Raccogli i detriti da questi passaggi,
cunicoli stretti, asteroidi cavi. 


E tu tunnel lavici andrai ad abitare,
che guardano e istruiscono verso nuovi astri. 





Apple trees will be in flower on Mars

giovedì 18 gennaio 2018

Trittico - Webcam sugli esopianeti

Il mondo (inteso come la Terra) è pieno di webcam puntate su posti che basterebbe uscire di casa per andare a visitare in prima persona. Alcune webcam hanno una funzione effettivamente di monitoraggio ma la maggior parte ha un senso solo fine a se stesso.
Comunque sia è interessante prendersi del tempo per osservare in tempo reale il panorama di un luogo "lontano" particolarmente amato.

Ci sono state un po' di polemiche su questo nostro progetto dato che posizionare una webcam su un esopianeta non ha esattamente i costi della webcam posizionata sull'Atomium in Belgio. Potremo ribadire quanto sopra: forse ha meno senso la webcam sull'Atomium che quella su un esopianeta che di persona non vederete mai. Le ragioni scientifiche che hanno portato al finanziamento congiunto di questo progetto sono moltissime.
Ci sono state pregevoli osservazioni sui tempi di latenza che questi panorami propongono. Avete ragione. Su questo non ho nulla da dire se non di girare le vostre lamentele al padreterno e ai limiti che ha imposto alla fisica a noi nota.

Un’estate su Kepler-1229 b



L’inverno su Gliese 667 Cc



La primavera su Proxima b

venerdì 3 novembre 2017

Apparecchiatura Estrattore-Iniettore di LitErgie - Cobol Serie Trabiccoli


C'e' stato un tempo nel futuro del futuro in cui orde di carnoonnivori sentiranno, definitivamente, minacciato il proprio attico in cima alla piramide alimentare. 
Equazioni logistiche verranno scomodate per dimostrare l'impatto nocivo delle scelte vegevegane in favore della più schietta prigionia, agonia e macellazione che: "Per dio! Ci rende umani!".
Asserragliati nella linea maginot dei ciboidi verdi ispirati alla natura all'inizio i vegevegani perderanno terreno. 
Quando dio iniziò più a non bastare i carnoonnivori lo sostituirono con l'Actigrip e le sue LitErgiche parabole alla pseudoefedrina. 



Bella mossa. I vegevegani allora risponderanno con l'Estrattore-Iniettore di lactucarium una religione chimicamente non troppo dissimile all'oppio inopinabilmente contenuta nella lattuga. 
Ebbè: da che mondo è mondo l'oppio e i suoi adepti vincono proprio su tutto. 
Ci si domandò allora come avessero fatto i carnoonnivori a vivere tanto lontani da dio idolatri di un, ammettiamolo, decongestionante delle prime vie respiratorie.
 Il carnoonnivorismo fu finalmente riconosciuto come una malcelata forma di sacrilego proibizionismo e bandito in tutto il quadrante da qui a Proxima Centauri.  
Nel futuro del futuro sarà però difficile trovare della lattuga per l'insalata.