venerdì 6 dicembre 2013

Memorie del futuro - di Francesco Rosetti


Gli autori di fantascienza, in letteratura come al cinema, s
i sono sempre trovati di fronte al dilemma e la loro opera riguardasse più il futuro oppure il presente storico in cui vivevano, un dilemma la cui soluzione è tutt’altro che semplice. Indubbiamente la rappresentazione costruisce sempre universi altri, in cui l’elemento tecnologico o fantasy introduce tali e tante diversità da non poter essere scambiato per un momento “presente” e visibile.
E molto spesso le conoscenze scientifiche, tecnologiche o matematiche dei singoli autori, come nel caso di Asimov, biochimico, consentono di presentare un mondo se non profetico riguardo al futuro, almeno futuribile. Allo stesso tempo però l’alterità rappresentativa non può sfuggire agli elementi concettuali e simbolici di cui è intriso il mondo in cui lo scrittore o il cineasta vive, la sua mentalità, la socialità che sperimenta, la cultura in cui è immerso. La fantascienza non può non rapportarsi dunque al presente, distorcendolo in chiave satirica o distopica, oppure rielaborandolo in chiave utopica. Dunque alla domanda dell’inizio si può rispondere, in maniera molto parziale, affermando che la fantascienza guarda al futuro tramite un occhio fisso sul presente. 
In questo contesto immaginifico paradossale si inserisce l’operazione di Cobol Pongide. Nei suoi concerti-installazione-performance l’artista infatti riutilizza dei giocattoli, ma di una tipologia ben precisa. Giocattoli di fantascienza, più precisamente del periodo di inizio anni ottanta. Sicuramente siamo nel riciclo poveristico, più genericamente la sua operazione si situa nell’ambito del ready made di lontanissima ascendenza duchampiana che oramai è diventato un fattore decisivo e quasi normalizzato nel panorama dell’arte contemporanea. Ma l’esperimento concettuale di Cobol Pongide non riguarda tanto l’oggetto ritrovato e il feticismo di chi guarda i suoi giocattoli o ascolta le musichette elettroniche oramai retrò degli stessi, piuttosto si riferisce alla complessa temporalità che viene istituita dal rapporto con quei giochi stessi. L’effetto suscitato può essere quello della nostalgia, del passato, dell’infanzia perduta, del gioco, ma questo è solo un primo passo. I giocattoli di Cobol fanno parte della nostra infanzia, quindi del nostra passato, ma negli anni ottanta, quando probabilmente ci giocavamo tutti, erano il massimo tecnologico dell’epoca, un massimo per la prima volta a disposizione di tutti come oggetto pop. Non solo, i giocattoli inseriti nei suoi filmati da Cobol evocavano un futuro fantascientifico, anzi si prendevano pure la briga di descriverlo. Un futuro fatto di viaggi spaziali, di colonizzazione di altri mondi, se vogliamo di avventura, dunque di apertura all’ignoto tendenzialmente vissuta in modo “positivo”. Quindi ascoltando le musiche elettroniche campionate da Cobol ci immergiamo in una temporalità paradossale che dissolve il nostro presente storico. Da un lato abbiamo una proiezione verso il futuro, ma è un futuro come ce lo immaginavamo trent’anni fa, totalmente diverso da ciò che viviamo qui e ora, dall’altro abbiamo un ritorno, diciamo così, tecnoproustiano, al tempo dei nostri giocattoli, al passato. Il gioco sul significato dell’operazione artistica è qui. 
Noi abbiamo nostalgia di un passato in cui, almeno in apparenza, c’era la suggestione forte di immaginare il futuro e quindi di aprirsi a quella promessa che l’idea di futuro porta con sé. Il viaggio spaziale diventava utopico, anche nella sua rozzezza. Noi ci troviamo dunque ad avere nostalgia di un’idea di futuro. E quanto più ci si immerge nella musica ironicamente ipnotica di Cobol, tanto più questo spostamento significante che la fantascienza ha sempre utilizzato in un mondo altro diventa percepibile. Legando la fantascienza all’infanzia in preciso periodo storico, visto come maggiormente aperto alla dimensione onirica e ludica del viaggio, ci si proietta oltre la propria contingenza storica, o le disillusioni dell’età adulta o del contemporaneo o della crisi, o di un qualunque significato banalmente contemporaneo che gli si voglia associare. 
Tramite il gioco di Cobol Pongide, che ha il pregio notevole di mantenersi sempre sul filo dell’ironia senza diventare manifesto programmatico predicatorio, il futuro diventa un non luogo paradossale ritrovato, avventuroso, ludicamente utopico.

di Francesco Rosetti

Foto di: 
Eugenio Corsetti/Francesca Romana Guarnaschelli