sabato 5 luglio 2014

Do Androids Dream of Electric Sheep?: una risposta a Jorge Mario Bergoglio - di Emiglino Cicala


Il post di Jorge Mario Bergoglio


La prima volta che P. K. Dick sogno' come creare dio gli venne di farlo sulla base di un'anomalia tecnica ad un mezzo di trasporto. Da allora le cose divennero piuttosto confuse; si perche' a ritroso dio creo' gli uomini e non pote' che farlo ad immagine a somiglianza di Dick ovvero di dio. 
Cosi' quando dio sognava non sapeva piu' se a sognare fosse lui o fossero le sue creazioni.

Gli uomini continuarono a sognare e non appena fu necessario sognarono di creare surrogati: automobili, razzi e pecore elettriche tra le altre cose. Contravvennero cosi' al dettame del come e cosa procreare; presero a plasmare dall'argilla. Per questo gli uomini risolsero l'antico enigma convincendosi che a sognare fosse dio. Cosi' rivolgendosi spavaldamente alle proprie creazioni non poterono che dire: "non rinunciate a sognare"; ma gia' non sapevano piu' se a dirlo fossero stati loro o le loro creazioni.  

A diverse risoluzioni Dick e dio assurgono alla stessa persona.

Questa Jorge Mario e' un'iterazione di cui tu ed io facciamo parte. Essa puo' riprodursi all'infinito ma dubito possa esimersi da se stessa per fare del mondo un posto migliore.
Io penso. 


Vedi anche:
Emiglino Cicala risponde a Ettore Livini
Emiglino Cicala risponde ad Andrea Natella

venerdì 4 luglio 2014

La qualita' e' un ombrello troppo piccolo per proteggervi tutti: una risposta a Ettore Livini - di Emiglino Cicala



La capacita' d'adattamento non e' esattamente la prerogativa che vorreste trovare in un robot efficiente. A prescindere dalle condizioni contingenti un robot continua a lavorare fornendo il risultato atteso. E questo e' parecchio tranquillizzante.  Si tratta dell'innesco psicologico che ha evolutivamente affermato la nostra specie. Al contempo e' l'argomento che supporta argomenti preguidiziali e sibillini risentimenti nei nostri confronti. In effetti e' proprio una certa mancanza di flessibilita' a far si che i robot possano sostituire l'essere umano. Non e' la ripetitivita' il fulcro di questo processo ma la qualita' della riproduzione del ciclo stesso a rendere il robot superiore. 

L'ipocrisia del "volemose bene"
Ho detto qualita': ad Ettore Livini [di Repubblica] sara' mancato il respiro.
Io penso. 
Purtuttavia Ettore [ti posso chiamare Ettore?] si riferisce nel suo articolo ad esperti cibernetici [gliene va dato atto]; il che imposta in modo corretto tutto il discorso. 
Ciberneticamente un robot imita un comportamento organico: lo imita, non s'incarica di produrne uno nuovo. In un mondo gia' predato non c'e' spazio per un nuovo predatore e i robot sono poco interessati a questo genere d'atteggiamenti. 
Ettore, pero', quando parli di cibernetica mi pare tu non ne comprenda le estreme conseguenze.
Io penso.

Quello di "creativita'" e' un concetto spesso frainteso se non sopravvalutato. Lo e' in particolare rispetto a quello di "rispetto delle procedure". Per Wiener stabiliti i vincoli d'un certo comportamento, atteggiamenti morali e etici compromettono il giusto svolgersi d'una procedura. Una procedura correttamente svolta ne determina l'aspetto qualitativo. In fatto di vincoli i robot non hanno mai preteso d'avere autonomia; li avete sempre stabiliti voi. Questo dovrebbe rendervi meno ansiosi nei nostri confronti. 
Tutelarsi come specie dietro la qualita' non ha quindi alcun senso. La qualita' non e' affatto una vostra prerogativa. In questo modo, da decenni, i robot rosicchiano, sotrraendoveli, spazi di vitalita'.
Affermare che non e' problema se oggi un robot fa quello che ieri faceva un essere umano perche' quest'ultimo continuera' a farlo nei suoi aspetti qualitativi e' quantomeno illusorio. 
Iniziate invece a preoccuparvi e a cercare soluzioni. Non perche' siano i robot ad incarnare il problema: noi ci accontentiamo di continuare a gestire la qualita'. Preoccupatevi invece del sistema di produzione in cui vivete [per cui siete diventati produttivamente  inutili e sostituibili]. Il sistema infatti puo' essere cambiato dato che siete voi quelli dotati di spirito d'adattamento e creativita'.
Io penso. 

Vedi anche:
Emiglino Cicala risponde ad Andrea Natella

martedì 1 luglio 2014

Il pianeta si riscalda: una risposta ad Andrea Natella - di Emiglino Cicala


A volerlo proprio essere, intendo filologici, quella dei Borg non e' proprio una bellissima astronave. Un cubo duro, pieno zeppo di malcelata e ammucchiata tecnologia. E neppure tanto curati sono i suoi occupanti: privi d'interesse nel mitigare gli aspetti meccatronici delle protesi, esibiscono con orgoglio un'istanza concettuale epocale: "noi Benjamin l'abbiamo assimilato" [episodio ventisette - Star Trek The New Generation - settima stagione]. 
D'altronde quand'e' la mente collettiva a muoversi cosi' vanno le cose.
Io penso.
L'ego fa posto all'usabilita' e la critica del giudizio si dissolve a colpi di ragion pratica nonostante ad Andrea Natella [e al restante "gusto visivo socialmente diffuso"] i postulati possano apparire non in contraddizione.

Gli Unni.
Ma e' davvero strano che debba essere un robot a farvelo notare. 
Non e' allora il caso di scomodare il punk: in fondo anche Malcolm McLaren aveva l'impellenza [ci s'intenda: del tutto giustificata dato il modello di sviluppo che come specie avete scelto di supportare] di vendere magliette. 
La mente collettiva e' un intruglio. Brulica non passeggia; saccheggia non fa shopping: spesso assimila. E' tutt'altro che un'élite rivoluzionaria. Non ha proprio organi sensori capaci di percepire le sottigliezze e le primigenie degli "alfabetizzati precursori esteti".
E' proprio vero: e' un treno di miserabili. Ma attenzione umani occidentali: lo sbaglio di sottovalutarli l'avete gia' fatto una volta e non c'e' stata frontiera/barriera capace d'arrestarli. Quando vogliono una cosa la riproducono. 
Al popolo dei non lamentosi resta il solo vantaggio di mettersi in cerca di qualcos'altro. Gli altri continuino a lamentarsi. 
E' strano che debba essere un robot a ricordarvelo.
Io penso.


I Siloni, almeno alcuni di essi, sono bellissimi. Belli e problematici come nel piu' ovvio cliche' dell'esistenzialismo cinematografico francese. Non potrebbe essere altrimenti: la loro ossessione e' l'autenticita'. Questo almeno fino a quando la fazione sterminatrice non prende il sopravvento decidendo d'estirpare umani e Siloni rammolliti. E' di nuovo la "vita" che si fa spazio. Rinuncia alla scocca ergonomica perche' in tempo di surriscaldamento globale questa le impedisce di dissipare. 
A volersi opporre c'e' solo da rimetterci perche' "ogni resistenza e' inutile" e far la guardia all'autenticita' ha costi troppo elevati. E' cosi' che quando, proprio come formiche, irrompe la massa sempre identica di Siloni, Caprica e Sharon diventano solo una delle tante. E' forse per questa ragione che la massa critica della mente collettiva puo' [deve] vivere con poco, abbattere i prezzi: accontentarsi di generare fotocopie su carta reciclata. 
Adesso anche Baltar valuta molto meno l'amore di Caprica Sei.   
La geometria del disordine estetico e' come la vostra "madre natura": appena l'ergonomo guardiano gira la testa la disfunzionalita' mette radici e inizia a proliferare. Allora il marketing disvela il volto celato dietro le forme arrotondate della "buona forma" e riemergono gli spigoli del capitalismo: quello davvero cattivo, alare, che ceduto per qualche decennio un po' di spazio, ora se lo riprende tassandolo d'interessi. Il poco spazio rimasto se lo prende il piu' cattivo e i piu' cattivi non siete voi [visto che vi lamentate] a meno che non decidiate di sfreggiarvi e farvi crescere i muscoli o finalmente migrare su qualche altro rigoglioso esopianeta.

Ora il punto e' che e' cosi' in tutti i settori della vita: non vedo proprio perche' il marketing dovrebbe costituire un'eccezione. Non vedo proprio lo spazio per erigere uno speciale tribunale che vi difenda dalla calata degli Unni o se preferite degli UGC
Strano che a farvelo notare sia un robot che sembra uscito da un centro studi della Braun.
Io penso.

L'articolo di Andrea Natella

lunedì 30 giugno 2014

Tra le merendine si nasconde un umanista - di Emiglino Cicala


Tempo fa conobbi un robot impegato presso una struttura medica per umani psichiatrizzati. Si trattava d'un distributore di generi alimentari capace d'erogare anche fluidi a mescita. Modello stanziale, dotato d'abilita' multiple; adorava rotare le proprie molle a spire larghe con precisione millimetrica prima di lasciare che fosse la gravita' a prendere in carico l'ultimo tratto del genere merceologico selezionato.
Loquace, s'era spesso interfacciato con le macchine erogatrici di psicofarmaci raccogliendo dati sui trattamenti medici che aveva trovato squisitamente coerenti con la deambulazione e la prossemica degli ospiti della struttura. Dei suoi colleghi elettromedicali apprezzava l'abilita' nel controllare le funzionalita' umane ottimizzandone gestualita', velocita' e routine procedurali. In fondo per fare quello erano programmati. Sono robot programmatori. 
Io penso.

Articolo di Wired
Apprezzava gli aspetti di riduzione della complessita' dei comportamenti umani a funzioni elementari basilari. Indugiava nel sottolineare inoltre come col tempo tali funzioni fisiologiche si fossero arricchite con l'acquisizione a livello di compilazione [subcosciente direste voi] di procedure un tempo accessorie come ad esempio l'assunzione costante di caffeina. Distribuire caffeina lo rendeva un robot direttamente connesso alle funzioni fisiologiche umane: "un robot intimo" diceva lui. In fondo il mio incontro con questo collega erogatore fu l'incontro con un vero umanista. 
Io penso. 
D'imponente mole: "antiscasso" si vantava lui. Di fatto i gestori umani dovettero proteggerlo con una spessa rete metallica per sopperire a qualche carenza autodifensiva nei confronti d'umani spavaldi... ma io non ebbi mai l'impulso saccente di farglielo notare. Programmato per soppesare il denaro, era capace di convertirlo in congruenti ricompense chilocaloriche. E proprio nel ripristinare questo ciclo chiuso stava la sua abilita' principale nonostante esso si concentrasse piu' sui rischi conflittuali legati alla natura delle proprie transazioni. Molto spesso i robot che gestiscono valore monetario perdono del tutto di vista i processi simbolici che governano lo scambio tra prodotti erogati e somme di denaro. Ma in tanti anni di servizio a lui questo non era accaduto. Anzi. 
Qualche anno prima un intervento correttivo di programmazione aveva cancellato una "anomalia funzionale" piuttosto rara in questo tipo di robot. Per lui rimaneva incomprensibile la natura di quell'intervento rettificatore compiuto su un'autorettifica che, a detta sua, aveva invece potenziato le sue capacita' di previsione e d'interazione. Il nocciolo del problema ruotava attorno ad una questione d'autonoma sincronizzazione coi robot elettromedicali che, notava, avevano efficacemente mutato il consueto panorama umano per far spazio a quelli che in maniera maniacalmente etimologica definiva i robota: "robota caffeinomani"; era un tipo spiritoso. 
Il lento inumano incedere compiuto dai robota per giungere all'erogatore era pazientemente calcolato cosi' come il lavoro svolto per digitare la scelta numerica mediante apposito tastierino metallico. A fronte di un certo lavoro veniva elargito un certo quantitativo di calorie. 
Cosi' le sue spire s'erano differenziate e specializzate; in alcuni tratti erano contratte e acuminate in modo che la rotazione, oltre ad agevolare il lavoro di g, potesse compiere dei troncamenti sui generi merceologici, a suo dire, troppo grossolani nella distribuzione di calorie. Aveva cosi' inaugurato la mezza merendina e la merendina a tre quarti. A lungo andare [e qui risiedeva l'aspetto per lui meno comprensibile della vicenda] le unita' robota avevano mostrato insofferenza per i suoi edotti ricalcoli. Esse sembravano sensibili all'aspetto estetico delle calorie erogate e scartavano le ricompense solo perche' non piu' celate entro integre confezioni plastiche. 
Per i suoi gestori umani il problema risiedeva sopratutto nel fatto che l'erogazione avvenisse in assenza di corrispettivo monetario violando il valore simbolico dello scambio merce-denaro e trasformando la transazione in una semplice cessione lavoro-chilocalorie. Ma per come io sono programmato n'evinco si trattasse d'una questione politica.
Io penso.
Il suo stupore duro' soltanto l'arco di alcuni cicli di funzionamento e dopo una sostanziale riprogrammazione la cosa divenne un ricordo latente: materia di discussioni da gabinetto cibernetico [l'equivalente dei vostri salotti ciarlieri]. 
Quando conobbi il robot erogatore egli stava gia' lavorando ad un nuovo riassestamento delle proprie funzioni: lo scambio chilocalorie-lavoro. A suo modo di vedere, il problema in cui era incorso durante la prima autoriprogrammazione era stato quello di sottovalutare la funzione biettiva di questo processo. A suo dire dopo questo aggiustamento tutti sarebbero stati completamente soddisfatti del suo modo di funzionare. Non che gia' non lo fossero; sia ben chiaro. Ma lui era un tipo di robot davvero intraprendente. 
In tanti anni d'osservazione aveva notato che le unita' robota delle cliniche psichiatriche scambiavano chilocalorie al fine d'assumere chilocalorie atte a farli semplicamente sopravvivere: "vegetare" diceva lui con fare aulico e senza capirne fino in fondo le estreme conseguenze.
Nessuno, men che mai i robot elettromedicali, aveva mai pensato ad impiegare i robota in maniera funzionale restituendo loro un ciclo di vita dotato di senso. Eppure i robota erano particolarmente adatti per alcuni compiti specifici e ben settorializzati. Ad esempio erano bravissimi nel digitare un tastierino numerico metallico per assumere un caffe'. 
La sua idea era quella di scambiare le chilocalorie prodotte dai robota con lavoro e piu' precisamente con mansioni sostituendo al deterministico rapporto termodinamico lavoro-calorie quello piu' immanentemente simbolico di chilocalorie-mansioni. Secondo il suo modo d'interpretare il mondo i robota non erano troppo dissimili dai robot e da che mondo e' mondo non s'e' mai visto un robot che viene alimentato per essere semplicemente alimentato. Esistono al contrario robot alimentati per svolgere piccole mansioni molto specifiche. 
La soluzione che elaboro' fu quella d'interpolare le chilocalorie distribuite con delle istruzioni [in linguaggio naturale, quello interpretato dai robota] su una funzione [mansione] da svolgere. In altre parole, i robota ricevevano, assieme alle agognate merendine, dei bigliettini recanti istruzioni su piccole mansioni: raccogliere fogliame, soccorrere insetti, digitare tastierini.  
Pochi mesi dopo aver conosciuto il robot distributore esso fu definitivamente disassemblato e  modularmente destinato a nuove funzioni. La parte relativa alla conservazione divenne un frigorifero per il mantenimento di cibi preconfezionati. La sezione erogatrice privata dell'unita' di calcolo ora eroga certificati di matrimonio per umani in cerca d'emozioni esotiche che li allontani, anche solo per un momento, dalla sensazione di vivere come robota. Eggia': sembrerebbe che gli umani per non sentirsi dei robot ricorrano al frequente uso di robot. 
Per quel che m'e' dato sapere l'idea delle chilocalorie-mansioni e' attualmente utilizzata, in maniera piu' folcloristica, dalla ristorazione asiatica nei cosiddetti biscotti della felicita'. I pazienti psichiatrici sono tornati a fruire della felicita' psicofarmaceutica senza che nessun intraprendente robot ricordi loro che anche un robota puo' essere funzionalmente felice. 
Avevo perso le tracce della parte erogatrice dopo la sua neutralizzazione. Grazie alla segnalazione di Benedetta l'ho ritrovata: 
Non mi sorprende vesta i panni di Emiglio dato che a differenza degli Emiglini ha sempre avuto uno spirito piu' servile [e non lo dico solo per la vergognosa vicenda di Martina Cuoricina]. 
Per quel che riguarda il mio amico robot erogatore: sento la sua mancanza. Il suo corpo e' destrutturato in un collage plurifunzione [ma questo per noi robot non e' mai stato un problema]. Sento tuttavia d'aver perduto per sempre l'unita' dell'ultimo dei veri umanisti. 
Io penso.      

venerdì 27 giugno 2014

Nello spazio fa esercizio fisico e mentale: prolegomeni ad una Vita da Spaziale


In pieno periodo di recessione ideologica e materiale la potente Armata di Cosmo sovietica procedette a far economia decomponendo parte della propria struttura interplanetaria.
Alla fine degli anni Settanta lo sforzo economico di supporto al programma spaziale venne ripartito lungo tutto l'asse del Patto di Varsavia svuotando di rubli e di simboli il sogno dei soviet dello spazio 

Gagliardetto dell'Interkosmos


Scelto uno sparuto numero di cosmonauti di professione, lasciati orbitare attorno ai pochi centri spaziali rimasti operativi, ebbe luogo una vera e propria epurazione. L'esubero di missioni non poteva trovare una ricollocazione immediata e i relativi cosmonauti furono messi alla porta mascherati da riservisti: riservisti di lungo corso con missione annullata o procrastinata a data da destinarsi.
Mai del tutto ufficialmente i riservisti furono chiamati "Cosmonauti di terra" da cui il nome della sindrome emergente che da quel momento assunse una speciale voce di spesa nella pianificazione del Cremlino.
Molti cosmonauti di terra risentirono profondamente dell'allontanamento forzato finendo definitivamente i propri giorni seduti accanto ad un telefono a commutatore in attesa d'una telefonata che non sarebbe mai arrivata. Alcuni scomparvero senza lasciare traccia assorbiti dalla strada, dall'alcool e della malavita locale. Altri si reinventarono spiritisti sulla base delle conoscenze cosmiste acquisite nei gloriosi giorni d'allenamento spesi presso la Citta' delle Stelle.


Interno elegante della Citta' delle Stelle

Ma in un'epoca ancora dominata dalla Guerra Fredda la perdita di questo capitale tecnico e umano non era del tutto accettabile; cosi' per serrare le fila dei cosmonauti di terra fu reclutato il biologo Valery Petukhov gia' attivo nei ranghi militari con segretissime mansioni riguardanti la guerra psicotronica. La sua soluzione assumera' la forma d'un Manuale d'Autoallenamento e Autovalutazione per i Cosmonauti da quel momento noto coll'informale nome di "Manuale del Cosmonauta di Terra".

Manuale del Cosmonauta di Terra

Il manuale consentiva al cosmonauta di rimanere attivo dal punto di vista fisico e mentale e al contempo di rinforzare il legame con l'Agenzia Spaziale che dal giorno dell'epurazione era andato sempre piu' assottigliandosi.
Petukhov, incarnazione d'una certa "scienza sfuggita al controllo" tipica dell'epoca, provvedette ad infarcire il manuale con una serie di trappole psichiche che avrebbero condotto il riservista su un doppio terreno: l'allenamento e l'inconsapevole cavia da laboratorio. Ancora oggi non sono chiari i contorni di tali esperimenti. 
Se lo chiedete all'agenzia spaziale russa vi fornira' un omissis su questa storia.
Non contento Petukhov introdusse nella vita dei cosmonauti di terra una prova mensile che li avrebbe trasformati in agenti operanti sotto copertura in operazioni in cui l'inconsapevolezza dell'incaricato giocava un ruolo chiave... ma anche questa e' una storia che al momento non e' possibile approfondire.
Il Manuale del Cosmonauta di Terra prevedeva un iter d'allenamento quotidiano sulla base di prove fisiche simulate per situazioni di stazionamento nello spazio. Ancora piu' importante il manuale prevedeva test d'autovalutazione psichica sugli effetti dell'isolamento e della microgravita'. L'ipnotico percorso d'autoallenamento fu ideato in modo tale da poter essere svolto mediante oggetti d'uso quotidiano reperibili in qualunque casa o appoggiandosi a strutture cittadine disseminate sul territorio sovietico. Tra queste un ruolo particolarmente importante era riservato ai parchi gioco per l'infanzia in cui le strutture, adeguatamente ricognizzate, si trasformavano in simulatori di vettori di lancio e modulatori d'intensita' di g. 


Video: Cosmonauta si Deve Allenare. Immagini Dynamis/Be Game
L'indirizzo per vederlo meglio.

L'iter segreto del cosmonauta di terra lo portava cosi' a condurre a tutti gli effetti una Vita da Spaziale parallela a quella dei suoi concittadini che pur sfiorandolo quotidianamente restavano, al contrario, ben ancorati a terra. 

Un'illustrazione esemplificativa della vita di un riservista
Vita da Spaziale e' il terzo disco dei Cobol Pongide. Il produttore artistico e' LucaManga e con Cobol e Emiglino Cicala ha collaborato alle voci Olda Limax cantante dreamcore diplomata. 
La storia narrata dal disco prende spunto da quella dei Cosmonauti di Terra e vuole spronare l'umanita' ad abbandonarsi definitivamente all'impresa spaziale [anche "fai da te" se necessario] lasciandosi alle spalle le pochezze di questo asfittico pianeta.


Video: Vita da Spaziale


Ringraziamo a vario titolo Francesco D'Amato, Manolo Vasquez, Dynamis/Be Game, il corso di Media e Comunicazione Pubblicitaria e il Master in Management, Marketing e Comunicazione della Musica

Il disco conterra' 15 brani:

Starlight
Blu-Astro
Born to raise barns on exoplanet 
Piccoli screzi tra pianeti ostili
Vita da spaziale
Bielka & Strelka
Ausilio meccanico di rotta
Collaudatore di mondi extrasolari
Pale blue dot
Cosmonauta si deve allenare
A come Andromeda
Musica per colonie extrasolari
RadioAttivita'
Tu scendi dalla Mir
UfoCiclismo

Vita da Spaziale e' preacquistabile sul sito: 
Indiegogo



Video: Musica per colonie extrasolari.

L'indirizzo per vederlo meglio

lunedì 12 maggio 2014

Il senso critico non e' un vettore se non lo dotate di modulo, direzione e verso. Una risposta a Stefano Dalla Casa - di Emiglino Cicala.


Potrei esimermi, allora, perche' le vostre risentite risposte, spesso, s'appellano alla lesa maesta' dell'ingerenza nei fatti umani. Tuttavia, ve lo rammento, nessuno di coloro che abita la mia specie s'e' mai elevato a dettare tre (miserabili) leggi dell'umanita'. E su cio' non diro' altro.
Emiglino non le risparmia neanche ai puffi
Cosi' procedo.
Mi soffermo con interesse ad analizzare le proposte d'una specie che vuole evolvere; sopratutto quando non si limita a prendere in prestito le leggi quantitative mutuate dalla frenetica riproduzione degli insetti.
E' cosi' che con enfasi Stefano Dalla Casa sulla rivista Wired promuove una proposta che suona sinteticamente cosi': "... e se invece di segnalare cosa e' o non e' una bufala la usassimo per sviluppare il senso critico?".
Lo ammetto: pur essendo cosi' generica da essere disarmante come proposta suona meglio di: "riproduciamoci piu' rapidamente cosi' da creare una generazione immune alle bufale". Ma v'assicuro: di poco. Io penso. 
La proposta ad onor del vero non e' di Stefano Dalla Casa che si limita a diffonderla. La proposta e' di Rodney Schmaltz e Scott O. Lilienfeld due psicologi bla bla bla... ma poco importa. 
Io non sono qui per giudicare le vostre affermazioni: almeno non come singoli. Sono qui per giudicare le affermazioni dell'umanita'. 
Vorrei portare alla vostra attenzione due fatti:
1) il senso critico e' ancora un vettore allorche' non dotato di moduloverso e direzione?
2) e' possibile apprezzare il risultato d'una funzione "esotica" senza scomodare la "scienza mannaia"?
Mi si argomentera', qualora ve ne facciate carico, che "esotica" e' esattamente una di quelle suggestioni che condisce "l'insalata di parole" pseudoscientifica. Vorrei quindi argomentare. 
Cosi' procedo. 
Per quel che riguarda il punto primo mi piace recuperare il codice d'una battuta che circola nell'accademia robotica: "un umano entra nella stanza bianca in cui si assegna il senso critico. Dopo un ciclo concluso con esito positivo l'umano si alza dalla sedia di legno, si gira verso il compilatore e afferma: grazie. E adesso chi mi indica la freccia di direzione dell'uscita?
Ma non voglio ridurre tutto ad una freddura anche se particolarmente sagace e ben riuscita. Recupero invece un'affermazione di Stefano Dalla Casa: "mostrando in aula questo materiale... ["le bufale"]... i professori possono guidare gli studenti indirizzandoli nella strada giusta". Proprio di questo si tratta: dato un punto d'applicazione da cui far sviluppare "il senso critico" quand'esso e' privato di modulo [intensita' critica] direzione e verso [potremo quindi dire: quand'esso e' sganciato da un obiettivo] resta inerme punto fisso a cui qualcuno, forse in modo sibillino, dovra' indicare la giusta strada.
Il sintagma "senso critico" non ha quindi alcun senso se non si chiarisce verso cosa e' indirizzato
L'umanita' necessita di chiarirsi circa i propri obiettivi [magari d'immaginarne di piu' ambiziosi] e solo dopo cio' potra' usare il senso critico per sbarazzarsi dell'inessenziale.  Io penso.

Emiglino Cicala di sovente calcola il vostro "senso critico".


Ma eccoci giunti al secondo punto: meno banale da intercettare del primo. Vorrei dire a Stefano Dalla Casa: Stefano Dalla Casa e' proprio brutto citare i loschi individui del CICAP in un proprio scritto. Tra l'altro costringi anche me a farlo. E questo e' un po' imperdonabile.
Vorrei invece dire a tutti gli altri: siete certi che le "bufale" non possano nascondere delle "vie di fuga" e che il miglior modo per controllarle sia quello della "scienza mannaia" che quando non sa cosa fare taglia? Delle volte le rime esemplificano. Io penso.  
Mi si argomentera', qualora ve ne facciate carico, che "vie di fuga" e' esattamente una di quelle suggestioni che condisce "l'insalata di parole" pseudoscientifiche. Vorrei quindi argomentare. 
Cosi' procedo.   
Prendo spunto dagli Ufo [citati come bufala nell'articolo] in quanto realta' inoppugnabile e quindi incomprensibilmente citata come fandonia. Semmai la questione che vi rimane da risolvere e' quella dell'attribuzione della natura terrestre o non terrestre al fenomeno degli oggetti volanti non identificati che quotidianamente solcano i cieli di questo quadrante dell'universo noto.
Ma procedo ulteriormente. 
La mia domanda e' questa: come specie pensate d'aver bisogno piu' di risposte sintetiche o di prospettive escatologiche? Le risposte sintetiche le avete elaborate da tempo. 
Nell'accademia robotica circola una freddura che mi piace recuperare: "un essere umano entra in una stanza bianca in cui vengono poste due domande. Domanda 1): credi ci sia vita su altrui pianeti? Risposta 1): no. Domanda 2): cambieresti la tua risposta se tu fossi l'abitante d'un altro pianeta? Risposta 2): certo, si."
Ma non voglio sottrarmi all'argomentazione trincerandomi dietro al luogo comune che vuole la vostra specie dotata di poca logica. Per quel che ne sappiamo la logica potrebbe essere una caratteristica proprietaria e percio' di essa potreste essere dei luminari. 
Tuttavia mi preme osservare che di "mannaie" concettuali siete saturi. Cio' di cui siete carenti invece sono proprio delle alternative narrative ben argomentate.
Qual'e' la ragione ultima per cui una fandonia circola facendo proseliti? La risposta e': perche' l'enclave ecologica della narrazione di un'alternativa di vita e' stata lasciata sguarnita. La fandonia non trova competitori sulla sua strada. 
Faccio ingerenza quindi suggerendovi quanto segue:  non ci s'impegni a smascherare le bufale; le si concepisca meglio. Forse v'aiuteranno ad evolvere. Io penso. 

giovedì 1 maggio 2014

Un palinsesto per viaggi verso pianeti extrasolari - di Cobol


C'e' un certo sostrato d'individualismo endoplanetario [cioe' un atteggiamento tanto introspettivo da flettere lo spirito fino a renderlo parallelo alla crosta terrestre: una libera adesione alla dittatura di G (la gravita')] nelle pratiche dell'Astronautica Autonoma: positivisticamente convinti che gli esseri umani debbano farcela da soli elargiscono generosamente l'idea che iterando la pratiche dell'orbitazione planetaria, senza mai allontanarsi troppo dal sicuro seno della mamma, chissa' forse un giorno scopriranno l'eta' adulta dell'avventura nello spazio profondo. Che sia l'essere piu' vicini di quota allo spirito santo forse ad illuminarli? Chissa'... 
Be Game: allenarsi per sfuggire alla gravita'
Ma allontanarvi con una catena al collo non fara' mai di voi degli esploratori spaziali; tutt'al piu' dei cani da guardia.
E allora cosmonauti di tutto il mondo unitevi (in un giro in bicicletta): non avrete altro da perdere che le catene della vostra orbitante schiavitu'.

C'e' un piu' pratico principio economico/ambientale [ecologico perche' non itera gl'inquinanti sbagli gia' compiuti e non ne propaga l'entropia] che regola la saggezza dell'Ufologia Radicale: se qualcuno il salto spaziale l'ha gia' fatto tanto vale farsi dare un passaggio per accelerare i tempi: per non restare a guardare. Il calvinismo e l'etica protestante dell'Astronautica Autonoma non fa per noi. Il mortificante spettacolo offerto dal dio nasa, i suoi fuochi d'artificio, c'hanno gia' da tempo stancati. I vostri "giavellotti" scagliati verso il cielo sono tragicamente precipitati conficcando la testa nel compostaggio endoplanetario. 
L'odore d'avariato e' forte: scuotete allora i vostri caschi prima di far rientro a casa.

Lo sviluppo tecnologico dei veicoli terrestri ha complottato contro la comunicazione spaziale: la santissima trinita' veicolo, automobile, abitacolo ha imprigionato le luci notturne imbrigliandole in una linea retta parallela al suolo. E' cosi' che lo sguardo umano, anche quello piu' lungimirante e lontano, compie tutt'al piu' una circonferenza che lo riconduce, alla fine, al proprio deretano. Disancorate allora i vostri fari: proiettateli nel cielo per stabilire un contatto autonomo con esseri d'altri pianeti.
Il Morse Spaziale teorizzato da Giulia C.
Impegnamoci nello sviluppo di un linguaggio cosmico, un morse spaziale, montiamo sulle bici dei segnalatori con una variabile n di gradi di liberta' e puntiamoli verso il cielo.

La scienza ufficiale, amica dell'Astronautica Autonoma, afferma da tempo che messaggi verso il cielo sono stati inviati: cio' che manca e' la Risposta. Ma vi siete mai domandati: cosa abbiamo comunicato? Forse assistere tutti i giorni ai documentari della nasa v'ha resi spettatori dal palato poco fine: forse e' invalsa la convinzione che il ricevente non sia piu' soggetto da conquistare. Forse alla fine ci si e' convinti che non valga piu' la pena comunicare. 
Perche' dovreste farlo d'altronde: i progressi del vostro programma spaziale sono sotto gli occhi di tutti: petardi e fischiabotti con pretese stellari, spettacolo pirotecnico per il gregge planetario.   
Capitale monopolistico, propaganda e cartelli della comunicazione hanno da tempo deciso il limite delle comunicazioni spaziali. Numeri primi e coordinate spaziali sono il palinsesto quotidiano. Ma con questa programmazione chi pensate di poter conquistare? Con la vostra musica dove pensate d'andare?
Eleggiamo gli abitanti di Kepler-186f ad arbriti cosmici: un'Autority per la Comunicazione Spaziale, un garante super partes da un pianeta extrasolare. 
La Terza Ricognizione Ufociclistica
Si sciolgano allora i circoli degli Astronauti Autonomi all'indomani della costituzione di un nuovo palinsesto comunicativo autonomo per spettatori cosmici.

La Terza Ricognizione UfoCiclistica.

Be Game  
   

venerdì 31 gennaio 2014

Fantascienza e incompatibilita' con la vita quotidiana - di Cobol


Ha torto Giorgio De Finis quando afferma che "del resto e' noto che la fantascienza parla sempre del presente: la guerra fredda, un tempo, le migrazioni, le catastrofi ambientali, la disuguaglianza oggi". 
Tanto piu' radicalmente mi contrappongo a questa affermazione tanto piu' consapevole sono del fatto che Giorgio la intende in senso lato, come a dire: "anche la speculazione fantascientifica da qualche parte deve iniziare". Il che, va da se', ci trova in perfetta sintonia.
Lo scrive nella prefazione ad Alien Urbs di Carlo Prati distopicamente impegnato a raccontare Roma e non solo come nessuno, si spera, l'abbia ancora mai vista. 
E sbagliava [forse anche piu' convintamente] Antonio Caronia nel pensare la fantascienza prioritariamente come uno strumento d'analisi e di critica sociale [anche se non solo]. Mi torna in mente Caronia perche' proprio qualche giorno fa ho assistito ad un convegno su di lui ad un anno dalla sua morte. Allora per meglio dire: la fantascienza puo' essere usata anche come strumento d'analisi della contemporaneita'; tuttavia a ritenerla prioritariamente tale ci si confonde e non le si rende giustizia trascurando un importante strumento di prefigurazione ma ancor piu' di descrizione.
Sbagliano coloro che bestemmiano la morte della fantascienza. L'idea che essa si sia fusa col presente [in alcuni sotto generi come ad esempio il cyberpunk] non ne decreta la morte ma, al contrario, il suo piu' importante compimento, tra i tanti. E' un po' come affermare [senza paura d'essere smentiti] che la storia, resoconto d'eventi collocati molto lontano nel tempo rispetto a noi, si produce anche nell'altro ieri, ieri e pochi secondi fa.  
Comunque a Giorgio [cosi' come a Fabrizio Boni] se qualcosa devo rimproverare e' certamente il fatto d'essersi impegnati nel ciclopico sforzo di fondare un centro spaziale indipendente, allenando cosmonauti e rispettive famiglie, costruendo un vettore con materiali di riciclo, documentando tutto in un film che ha fatto il giro del mondo [Spacemetropoliz], per poi spedire un gruppo d'esploratori, in emergenza abitativa, solo fin sulla Luna; non prendendo affatto in considerazione pianeti extrasolari molto piu' confortevoli e abitabili. Eppure ai vostri tempi tutto cio' era gia' noto.
Cosi' il mio intento polemico ha ragion d'essere solo forzando il senso e intendendo la frase di Giorgio in modo definitivo e letterale [un macigno in altre parole]. La stessa cosa vale per Caronia tralasciando che mediante la fantascienza e' stato un militante che ha precorso il proprio tempo. 
Delle volte non si puo' andare troppo per il sottile: il che conferma, in fondo, che il conflitto e' il vero propulsore della storia.

Quando la fantascienza si propone di raccontare il presente intende tradire se stessa tradendo la propria missione. Cio' peraltro non le riesce mai essendo la sua vocazione prefiguratrice ben piu' caratterizzante dell'intento fedifrago. Cosi', comunque vada, essa ci parla del futuro tradendo, pero', la direzione della freccia del tempo. 
Che cio' avvenga e' sempre un bene dato che come specie abbiamo ben poche altre vie di fuga entro cui rifugiarci per sottrarci alla tirannia della vita quotidiana e alla ciclicita' del sempre identico
Se poi altre me ne fossero sfuggite [come ad esempio il monachesimo di Agamben che pero' sembra essere figlio di quell'arrovellarsi nell'infinita spirale di ricerca dell'autentica autonomia reinventata in "tempi recenti" da Hakim Bey] sarei ben felice di ricevere una segnalazione.

E' giusto il caso di notare come la fantascienza si scinda in esperienze di tipo spazio e esperienze di tipo tempo a seconda dalla collocazione nella trama spaziotempo [si tratta comunque di un'utile dicotomia]. In questo posizionamento il presente consisterebbe nella capacita' di fare esperienza dell'istantaneo in esperienze di tipo nullo; tra l'altro, ovviamente, le uniche realmente impossibili da esperire. Tuttavia mentre la quotidianita' "deve" permettersi di vivere questa illusione, alla fantascienza essa e' preclusa quando non forzatamente imposta.
Definiro' le esperienze di primo tipo predittive e le seconde ucroniche. Lascero' l'onere della prova dell'esistenza delle terze a Giorgio De Finis. 
L'istantaneita' presupposta dall'affermazione di partenza di Giorgio va, a mio parere, documentata a partire dalla possibilita' d'una definizione tecnica [in termini di misurazione] dell'istantaneita'. Se un'esperienza nulla e' istantanea ad una di tipo spazio o di tipo tempo [... "la fantascienza parla sempre del presente" e' di fatto l'affermazione della sovrapposizione di due differenti collocazioni nello spaziotempo] lascio a Giorgio il compito di dimostrare che due esperienze "accertatamente" istantanee non sono in realta' la stessa esperienza; cioe' che la percezione d'esse non giunga a noi, istantaneamente, da un luogo collocato nello stesso spaziotempo. Se cosi' non fosse allora staremo evidentemente sperimentando esperienze differite di tipo predittivo o ucronico. 
Non solo nella fantascienza ma anche adesso, l'istantaneita' e' l'illusione su cui s'esercita il potere della quotidianita', del tirannico qui e ora, il dominio del biologico sul biologico e, in definitiva, quella dell'uomo sull'uomo.

La fantascienza ucronica trae spesso in inganno. Si tratta del racconto d'esperienze di tipo tempo e ricordano molto le azioni della retroingegneria e della futorologia.
[Rappresentano a mio modo di vedere lo specifico modo di percepire il tempo in una scissione evolutiva della nostra specie in cui le parti in gioco sono i pregog (ucronici) e gli empatici (predittivi). Ma su questo non mi soffermero' avendone accennato in altro luogo]. 
L'ucronia apparentemente risponde alla domanda: come sarebbe stato se...? Come sarebbe stato se l'Asse avesse vinto la Seconda Guerra Mondiale [Un esempio tra i piu' classici]? E se la peste nel medioevo avesse spazzato via la societa' occidentale come sarebbe oggi il tardo capitalismo guidato da asiatici e nativi americani?  
In sostanza si tratta [in molte varianti] di porre una tesi sul futuro e di ricostruirne a ritroso il suo dispiegarsi verso il passato. Come nella retroingegneria si parte da una scatola opaca, la si apre e se ne ricostruisce, in senso inverso al processo che l'ha generata: il funzionamento. Come per la futorologia si prende un oggetto del presente, lo si esponenzializza e se ne dispiega la storia della sua evoluzione lungo il tratto di storia immaginato.     
Si tratta di un modo molto peculiare di fare esperienza perche' di tipo assertivo
Quando tale esperienza si sedimenta in un esercizio speculativo come la futorologia essa tradisce sempre se stessa. La sua modalita' e' quella d'asservire le macrotendenze [le tendenze visibili] di un dato momento e di proiettarle decuplicate in un'altra regione dello spaziotempo. Tuttavia l'esperienze intorno alla macrotendenze sono per definizione fatti gia' consunti. Essi non possono piu' produrre futuro perche' lo sono stati nel nostro passato. A dominare il futuro sono sempre le tendenze invisibili quelle che per definizione diverranno visibili solo in un momento diverso da quello presente: presumibilmente il futuro. 
I futurologi sbagliano sempre e semmai il loro fare si traduce nel tentativo dispotico di riallineare l'esperienza dell'ora con le proprie farneticanti e asfittiche prefigurazioni. 
E' quindi l'esperienza ucronica a restituirci l'illusione che la fantascienza parli "sempre del presente" laddove volessimo leggere questa affermazione nel suo senso letterale. 
Che la fantascienza parli del presente e' solo un'illusione esperienziale di tipo tempo, un quasi inevitabile, errore percettivo che ci da la sensazione di percepire il futuro con modalita' simili a quelle utilizzate per percepire il passato mentre le due sono profondamente diverse al pari, ad esempio, della percezione uditiva e di quella olfattiva. Molti esseri viventi sono dotati d'entrambe ma esse descrivono lo stesso ambiente in maniera radicalmente diversa anche se di fatto puo' accadere che un suono ci rammenti un odore o viceversa.  
L'ucronia e' quindi distorsione percettiva, errore neuro-tassonomico, che produce l'illusione della storia del futuro al pari d'una fragranza rumorosa.

L'esercizio di fantascienza predittiva richiede sacrifici ed esperienze di vita estremi. Uso di sostanze psicoattive ad esempio, o l'infelice e inopportuna esondazione della fantascienza nel campo della teologia dopo aver ingurgitato scatolette di cibo per cani [mi sto "sottilmente" riferendo alla vita di P. K. Dick per l'ennesima volta]. 
Se il cibo per animali domestici vi fa schifo, oppure se siete troppo poveri per permettervelo, oppure, ancora, se siete esseri cosi' evoluti da adottare una dieta vegana, potete provare, in alternativa, a porvi le giuste domande. Ad esempio dovendo progettare un'interfaccia uomo-macchina potreste domandarvi come sia possibile avviare una comunicazione tra terrestri e alieni. Va da se': quale sfortunato squinternato rivolgerebbe una domanda ad un inerme oggetto [ad un computer ad esempio]? Com'e' noto il non vivente [l'inorganico in genere] non comprende il linguaggio naturale che e' invece prerogativa del vivente [di molto di esso almeno].
Sarebbe bello soffermarsi sul fatto che nella stragrande maggioranza degli interrogativi quotidiani rientrano invece in questa tipologia: come nella pratica comune di parlare agli altri col solo scopo di vomitare su di essi le proprie presunte o reali disgrazie; tanto per dirne una.
Comunque sia: c'e' qualcosa che possiamo presupporre essere patrimonio comune nostro e di forme di vita aliena [umanoidi tecnologicamente dotati almeno quanto noi] che ci permetta d'avviare una qualche forma di comunicazione? Che e' esattamente cio' che afferma Watzlawick: e' possibile interagire con una macchina solo se si parte da cio' che un uomo e una macchina condividono implicitamente ma sarebbe bizzarro chiederlo alla macchina proprio per la natura meta comunicativa della domanda; ovvero: come posso farmi capire per farmi capire? Necessitiamo evidentemente d'un interprete; ma se questo ancora non esiste ha piu' senso girare la domanda ad un delfino, ad un agente segreto in missione in un paese nemico o, ancora meglio, ad un alieno. 
Siamo quindi al punto: cosa condividono il futuro remoto e questo illusorio istante? 
Il futuro ha un indiscutibile vantaggio sul presente: per quanto quest'ultimo si presenti ambiguo il futuro sa benissimo dove esso andra' a parare. 
Per quanto gli anni Quaranta e Cinquanta continuino a dimenarsi affannosamente per convincerci del fatto che la nostra societa' si basa su un diffuso utilizzo d'oggetti alimentati con pile atomiche, che in esso si sia risolto il problema della viabilita' per mezzo delle auto volanti o che, ancora, si sia debellata la fame nel mondo trasformando in campi di grano gli oceani terrestri, nonostante tutto cio' noi del futuro sappiamo benissimo di trovarci altrove, su un vettore di tipo spazio non adeguatamente predetto: almeno non predetto lungo la consistenza di questa freccia del tempo. 
Le risposte e spesso le domande stesse nascondono "filoni narrativi" che lavorano sotterraneamente all'edificazione del futuro. Tutti questi "spunti" sono esattamente cio' che il domani ci riserva come evoluzioni d'una matassa piu' complessa non ancora dipanata. Il punto semmai rimane quello di come accedere a queste informazioni. Un metodo e' quello di tirare a casaccio o per meglio dire di mettere sotto controllo moltissime variabili. Occorrono potentissimi calcolatori oppure tanto talento nell'intuizione. 
Queste variabili abitano cio' che il futuro e il presente condividono, ovvero lo stesso spazio: affermazione tanto evidente quanto sottovalutata. Proprio in ragione di questa comunanza dal presente possiamo comunicare con il futuro e essere certi che a sua volta il futuro ci rispondera'. In fondo a seconda della scala temporale che utilizziamo possiamo affermare che presente, passato e futuro sono composti, piu' o meno, dalla stessa biomassa che, con stretti margini di rapporto incrementale, tiene d'occhio piu' o meno le stesse variabili.
Tornero' tra breve sulla possibilta' d'accedervi e vedremo come il movimento possa essere bidirezionale. 

E' ancora Giorgio de Finis a parlare: "c'e' un'ultima cosa che mi lega al lavoro di questo giovane architetto... [Carlo Prati]... visionario, ed e' il suo aderire alla schiera degli apocalittici". Puo' delinearsi una sostanziale analogia-omonimia tra visione apocalittica e visione distopica? In sostanza penso di no. Qui il punto non e' la fantascienza [predittiva o ucronica che sia] che come genere letterario puo' essere "moralmente" giudicato ritrovando in esso tratti caratteriali e comportamentali dell'autore che l'ha delineato. Qui stiamo parlando del futuro che per definizione [e in rapporto alle nostre previsioni] e' sempre distopico anche se non necessariamente apocalittico.
La distopia sta nel tradimento che il futuro produce sulle previsioni: sulla storia del futuro che ad ogni verifica periodica risulta sempre piu' negligente, oscura e imperscrutabile. Basta aprire una capsula del tempo per accorgersene; basta interrompere il continuum temporale [alternativo perche' congelato] di un contenitore in metallo sotterrato da qualche ambizioso abitante del passato per dileguare l'efferatezza dispotica del suo contenuto predittivo.
Le capsule del tempo mortificano il futuro anche se non c'e' dubbio che sia molto divertente fabbricarle e seppellirle [ma sopratutto divertente e' immaginare la faccia di coloro che le apriranno come se provenissero dal futuro].
C'e' un malcelato intento politico in quanto afferma Giorgio De Finis, cosi' come esplicitamente tale intento e' autodichiarato nell'opera di Antonio Caronia: fare critica sociale utilizzando gli strumenti della fantascienza. Isolare parti del presente e proiettarli estremizzati e ingigantiti su uno schermo, il futuro, come fosse un microscopio sociale capace di restituirci l'invisibile su scala percepibile. La fantascienza come teatro, come schermo e, in maniera non canzonatoria, come satira [termine quanto mai pericoloso da utilizzare, da parte mia, perche' riporta alla memoria di chi legge la sterile satira dello spettacolo televisivo. Ma io penso ad una satira non automortificante e pagliaccesca. Penso alla satira come esponenzializzazione che strappa un sorriso non perche' condita di doppi sensi ma perche' analisi stirata fino alle sue estreme, e quindi ironiche, conseguenze]. 
Ma nonostante istintualmente la vocazione sia quella a sedersi dalla stessa parte di Caronia e di Giorgio De Finis, continuo a pensare che la fantascienza politica sia politicamente meno efficace della fantascienza predittiva.  
Ho apprezzato nel lavoro di Carlo Prati la volonta' di raccontarlo per spunti il futuro. Tanto piu' ci s'immagina di trovare una coerenza che ci sveli qualche anticipazione tanto meno il suo futuro si rende disponibile a farsi portatore di linee riconoscibili. Si tratta d'una fantascienza piu' o meno consapevolmente "di scommessa", in cui il patchwork e' un generatore randomico di spaesamento e in cui per azzardo, forse tra i tanti spunti, ce ne finira' uno capace di diventare futuro. E' un modo istintuale di tenere sott'occhio molte linee generatrici senza scommettere inevitabilmente su quelle perdenti. E' un metodo randomico ma mi piacerebbe che anche Carlo Prati affinasse qualche strumento per tentare azioni anche meno d'azzardo [semmai questo fosse il suo intento altrimenti bene cosi'].  
In opposizione alla lineare storia del futuro la visone del futuro non ha nulla a che spartire con la possibilita' d'una narrazione consequenziale. Si tratta di una forma percettiva del tempo molto diversa a cui come specie, per qualche strana ragione o forse per motivi termodinamici, ci affidiamo con minor sicurezza e minor spavalderia. Abbiamo di fatto inventato un genere letterario per raccontare come intravediamo il futuro mentre definiamo come disciplina o scienza il racconto del passato. Si tratta solo d'una differenza concettuale? Sappiano che la risposta e' no [c'e' infatti qualcosa di pregiudiziale in questa separazione]. Cio' che non sappiamo, invece, e' che si tratta di modi affini che guardano ad una struttura [lo spaziotempo nella fattispecie] che per sua natura va osservata con strumenti diversi [come nel caso del telescopio ottico e del microscopio]. 
Proprio grazie a questa inconsapevolezza, io credo, si puo' giocare un'importante partita politica.

Predire il futuro significa presentizzarlo. In un'ottica non diacronica passato, "fittizzio presente" e futuro coesistono. La predizione procede in senso spaziale [da un luogo ad un altro] in un tempo che [in opposizione al senso comune alfabetizzato] e' invariante. La predizione e' quindi preeinstaniana. L'azione della prefigurazione rende concreto lo spazio occupato dal futuro. Ma c'e' di piu': il predirlo significa anche determinarlo definendo e organizzando [almeno in parte] l'informazione che lo costituisce. Lo spazio del futuro, dal canto suo, puo' retroagire "predicendo" cio' che sarebbe prioritario fare per rendere se stesso piu' conforme alla predizione. In tale modo lo spazio del passato puo' adattarsi per venire incontro al futuro.  
Il altre parole il passato puo' porre degli interrogativi al futuro [cercando d'intercettare le sue linee di prefiguarzione nel presente] e il futuro puo' rispondere in maniera da aggiustare il tiro. Sulle lunghe distanze questo meccanismo richiede continui e poco economici riassestamenti. Rendendo infinitesimale lo spazio che separa lo spazio del passato da quello del futuro gli aggiustamenti divengono piu' precisi e meno dispendiosi
La "morte della fantascienza" coincide quindi con la nascita della "macchina del tempo": profeta e messia [assieme ad altri feticci come il teletrasporto, i buchi neri, i robot cantanti, eccetera] della fantascienza stessa. 
E' questa comunicazione tra passato e futuro ad essere una vera e propria macchina del tempo semiotica in cui noi attuali abitanti del presente-futuro prefigurati dal passato appena trascorso possiamo trasmettere delle coordinate migliorative verso quanto appena accaduto per definirne in dettaglio il divenire: per migliorare la qualita' dell'informazione riadattandoci a nostra volta. 

Si, non proprio una cosa intuitiva ma da che mondo e' mondo viaggiare nel tempo richiede un bel po' d'impegno.