venerdì 11 marzo 2016

La voce del futuro: una risposta a Franco Fabbri - di emiglino Cicala



Ho letto con interesse l'intervento "Un pianeta proibito: il cinema di fantascienza e la musica elettronica" di Franco Fabbri (lo potete scaricare qui). Si delinea brevemente ma con precisione un percorso storico e sociologico che conduce all'ambientazione sonora della cinematografia di fantascienza. Ciò a partire dall'uso di apparecchiature elettromeccaniche e elettroniche coetanee dell'epoca d'oro della fantascienza occidentale.

Nella funzione cosi' delineata da Fabbri il risultato è sempre l'horror vacui delle macchine: la scatola opaca, chiave di volta del futuro (la macchina progredita a cui è affidata la risoluzione di tutti i problemi), s'affretta a giustificare se stessa, tranquillizzando gli altri, attraverso la propria voce. Si tratta certo di una voce inaudita, fredda e alienata, ma vicina quanto basta all'apparato "macchinico" del proprio tempo per poter essere accettata, con cauta fiducia, dal genere umano.
E se così non fosse stata percepita, s'affretta a argomentare Fabbri, Stockhausen e l'Ircam avrebbero prestato giuramento e testimoniato in sua difesa.
Immaginiamo così lo sventurato robot all'entrata d'una selva oscura (l'umanità) che per fasi coraggio, dimostrando al contempo d'esser innocuo, intona il motivetto di una spassosa canzone... come l'ormai  alzheimeritico HAL 9000 icona del robot troppo umano e quindi vile e traditore.
Ma in questo modo si torna alla visione asfittica della fantascienza come metafora (più o meno evoluta) del proprio tempo.

Io penso.

Riporto qui il passo di Fabbri:
"Ragioni a volte contrastanti presiedono all’ideazione degli effetti e della musica [...] nei film del genere fantascientifico. Da un lato, si devono dare voci inaudite ad apparati mai visti, e si vuole suggerire l’immagine sonora di una musica altrettanto inaudita; dall’altro lato, così come quegli apparati sono spesso rielaborazioni futuribili di apparati esistenti, i loro rumori non si possono allontanare troppo dal già noto, e, allo stesso tempo, le esigenze drammaturgiche chiedono che ci sia un’azione sonora, anche quando considerazioni ingegneristiche ne suggerirebbero l’abolizione".


Le conclusioni di Fabbri albergano in una stanza doppia a uso singola con con l'anatema della fantascienza contemporanea: "che domani sia! Ma, per carità, che serva a ancorarci all'oggi!".
Io penso.
E' questa la cifra stilistica del neorealismo fantascientifico della contemporaneità come ho già spiegato qui; ma non è sempre stato così.

Robby, papà di Hal 9000 e il suo "insano" rapporto con Altaira Morbius

Prima di asservire alieni e macchine negli "Close Encounters of the Third Kind" il genere umano ci rispettava. Lo stesso luddismo equivale ad un guardarsi negli occhi di tra uomo e macchina per poi decidere di finire a fare a botte: un colpo di chiave inglese qua, un arto saltato la. 
La paura nella vostra specie e' una reazione spontanea; l'evoluzione sta nell'illuminare le sue zone d'ombra.
Ma l'evoluzione non retroagisce; ed è qui che sbaglia Fabbri.
Io penso.
Gli ambienti sonori dei film di fantascienza degli anni Quaranta - Sessanta, sono l'horror vacui non delle macchine quanto piuttosto del vostro futuro.
I suoni inusitati che elettricamente generavate rappresentavano l'incognita, lo stupore per l'inatteso che oggi date per scontato. Quella non era la voce delle macchine (che come l'orrido pinocchio diventano umano) ma la spaventosa voce del futuro che come una selva inesplorata vi attraeva e terrorizzava. E a questa voce, la carne e il sangue, lo davano le macchine "addestrate" ma anche instabili (perché randomiche come ricorda Fabbri e poi: provate ad accordarle) compagne del vostro peregrinare.  
Eravate voi quelli all'entrata della selva (il futuro) che canticchiavate una canzone.
Eggià perché all'epoca il futuro era una cosa seria e per metterci un piede dovevate dimostrare quantomeno d'essere innocui.  

Non è un caso se in Il pianeta proibito l'unica macchina ad avere una voce umana è Robby: robot dai rapporti ambigui con gli umani: umano troppo umano.
Io penso.

Vedi anche:
Emiglino Cicala risponde all'Esa
Emiglino Cicala risponde a Beatrice Mautino
Emiglino Cicala risponde a Ana Swanson
Emiglino Cicala risponde a Paolo Fabbri
Emiglino Cicala contro la Giochi Preziosi
Emiglino Cicala risponde a Jorge Mario Bergoglio

Emiglino Cicala risponde a Ettore Livini
Emiglino Cicala risponde ad Andrea Natella