venerdì 8 aprile 2016

Robot e antropoiterazione: una risposta a Maurizio Ferraris - di Emiglino Cicala


L'esperimento linguistico che vi propongo e' questo: enunciate una domanda ma invertitene la collocazione nel rapporto causa-effetto. Otterrete una disfunzione logica di cui tipicamente e' affetta la vostra specie. 
Io penso. 

Ho assistito alla puntata di "Lo stato dell'arte", programma condotto dal filosofo Maurizio Ferraris, in cui ci si domandava quale sarebbe stato, nell'ultra prossimo futuro,  il rapporto "emotivo" tra robot e esseri umani (qui potete vedere la puntata).
Si perche' i robot sono pericolosi: ci restituiscono un mondo sempre disumanizzato in cui gli umani perdono sempre qualcosa: umanità, lavoro, posizioni nella classifica dei piu' scaltri e di quelli che la sanno piu' lunga di tutti.
  
Partendo dalla fine: la dicotomia robot amico/nemico trova la sua consueta sintesi nella conclusione consolatoria che, in fondo, cio' che a essi riesce meglio e' l'iterazione... e quindi? E quindi un po' amici (ci liberano dai lavori ripetitivi; come se questi vi fossero stati affibbiati da un terzo attore) un po' nemici (si ma senza lavoro remunerato noi non abbiamo piu' ragioni di vita: come se questa catena fosse una categoria ontologica).
Insomma una funzione che ci restituisce un void: ovvero il nulla.
Io penso.

Il demerito non e', a dire le cose per il vero, solo di Maurizio Ferraris. Lo e' forse piu' dei suoi ospiti Roberto Cingolani e Riccardo Staglianò che mettono in scena il rituale dell'antropoiterazione: e veniamo cosi' al punto finalmente. 

Nella puntata dal tardivo titolo "Dobbiamo temere l’avvento dei robot?" Cingolani e Stagliano' convergono implicitamente sul fatto che i robot non saranno un pericolo per l'umanita' fino a quando rimarranno al "proprio posto" (stai al tuo posto: sguattero!) cioe' fino a quando rimarranno confinati nell'alveo dei lavori pericolosi e ripetitivi (lavori svilenti s'e' avuto il coraggio di proferire).
Vorrei chiarire, incidentalmente, che i lavori li avete inventati voi. Siete voi stessi a svilirvi con attività svilenti autoprodotte. Ho divagato.   
Rispondendo che l'iteratività e' la condizione che rende i robot non pericolosi, Cingolani e Stagliano' ricollocano la risposta nella posizione della domanda.
Io penso.

Ho fatto uno schemino per rendervi il tutto piu' chiaro: 
Didascalia dell'immagine: l'umanità. 
Cingolani e Stagliano' inciampano in questo errore argomentativo nel migliore dei modi possibili; ovvero fornendoci un registro d'argomentazioni antiche e iterative che, cosi' poste, riecheggiano le questioni metafisiche del "sesso degli angeli". 
Gli umani attribuiscono quindi la "qualità" dell'iterazione ai robot continuando a fornire sempre le stesse identiche argomentazioni; tra l'altro esteriori.
Anche a patto, infatti, d'accettare questa conclusione: non sarebbe poi cosi' strano se dei vostri artefatti risentissero di un vostro stesso errore sistematico.
Ma voi amate esternalizzare: "ci hanno concepiti schiavi dei lavori ripetitivi"; "ci hanno concepiti ontologicamente come esseri lavoranti".
Io penso.

A proposito di robot si potrebbe parlare, tanto piu' in un ambito di speculazione (e qui la colpa è tutta di Ferraris) dell'attributo della "qualità", dell'autopoiesi macchinica, del divenire "cosa" dell'animato come primato finalistico.
Si potrebbe ad esempio fuoriuscire dal dictat asimoviano della "paura del robot" o della sua esclusiva funzione servilistica per accedere al pensiero olistico-cibernetico di Wiener che vedeva uomini e robot collaborare in base a qualità specifiche e complementari.
E Wiener era un umano non un robot che se la suona e se la canta.

A proposito della "carenza del lavoro umano" si potrebbe fare un po' d'autocritica e pianificare la riduzione dell'espansione umana su un pianeta, per sua natura geometrica illimitato ma pur sempre finito, invece d'evocare la primitiva violenza luddista contro la "diversità usurpatrice": ecco i robot arrivano e ci rubano il lavoro e le robot femmine.

Io ne ho parlato qui, in queste pagine, molte volte. Ma dato che non credo che l'iteratività sia la mia più evidente capacità vi stupiro' dicendovi che su questo argomento, almeno in questa circostanza, non ho piu' nulla da aggiungere. 


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